Le parole che amano: 5 lezioni profetiche di Don Primo Mazzolari per un mondo in conflitto
Il 15 febbraio 2026, in Casa dello Studente di Pordenone ha avuto luogo il convegno Pace adulti: "Le parole che amano". Nel titolo/locandina dell’evento, guidato dal saggista e docente Anselmo Palini, una "r" viene graficamente rimossa dal verbo "armano". È un gesto minimo ma di una potenza dirompente: togliere il ferro delle armi per liberare il respiro dell’amore.
In un’epoca di riarmo febbrile, si vuole scoprire se è possibile una strada diversa. Ci viene in soccorso la figura di Don Primo Mazzolari (1890-1959). Definito da Paolo VI un profeta dal "passo troppo lungo", Mazzolari fu un uomo che la Chiesa preconciliare non riuscì a contenere. Oggi, finalmente, il nostro tempo sembra aver raggiunto la velocità del suo cuore.

Ecco cinque lezioni tratte dal suo "linguaggio disarmato" per abitare il conflitto con la forza dello spirito.
1. L’arte di distinguere l’errore dall’errante
Per Mazzolari, la missione della Chiesa non era quella di un tribunale, ma di una madre che accompagna lungo le strade degli uomini. La sua visione rivoluzionaria sui "lontani" nasce da una carità che vede nella ricerca del dialogo l'unica forma autentica di apostolato. Una Chiesa "povera e serva" non teme il contatto con l’altro, perché sa che la verità si propone, non si impone.
"Un’appassionata ricerca sui metodi dell’apostolato è sempre una testimonianza d’amore, anche quando le esperienze pare non convengano agli interessi immediati della Chiesa..."
In un presente frammentato da logiche di fazione, Mazzolari ci invita a guardare l'uomo oltre l'ideologia, trasformando il monologo del giudizio nel dialogo dell'accoglienza.
2. La coscienza come primo atto di libertà
Il concetto di libertà per Don Primo non coincideva con l’assenza di vincoli, ma con la densità dell'impegno morale. Egli sosteneva che l’uomo libero è un "resistente" contro ogni forma di iniquità. Questa coerenza gli costò la persecuzione politica: già nell'ottobre del 1922, il fascismo lo diffidò formalmente, intimandogli di cessare una "propaganda corruttrice" che osava denunciare l'incompatibilità tra fede cristiana e fascismo.
Mazzolari ci ha insegnato che la resistenza non è un accessorio della storia, ma il culmine di una decisione interiore. Come amava ripetere: "La scelta crea la resistenza".
3. La conversione alla pace
La parabola esistenziale di Mazzolari è segnata da una metamorfosi profonda. Nel 1914, a ventiquattro anni, era un giovane interventista convinto che il conflitto europeo fosse una necessità per la giustizia. Ma l'incontro con la realtà della guerra lo travolse, trasformandolo nel più radicale difensore della pace. Per lui, il cristiano non può essere un "uomo in pace indifferente al mondo ma deve essere un "uomo di pace", un operatore attivo che combatte la guerra con le armi dello spirito.
- La Verità non si difende con la menzogna;
- La Giustizia non si difende con l'iniquità;
- La Libertà non si difende con la sopraffazione;
- La Pace non si difende con la guerra.
4. Il martirio dell’obbedienza
Il prezzo del suo "passo troppo lungo" fu una sofferenza istituzionale costante. Il Sant’Uffizio intervenne oltre dieci volte per censurare i suoi scritti, ritirando dal commercio opere fondamentali come La più bella avventura (1935). Il culmine del dolore giunse nel 1946: a causa dell'opuscolo Impegni cristiani-Istanze comuniste, fu condannato a cinque giorni di esercizi spirituali e, ferita ancora più profonda, alla sospensione dalla celebrazione della Santa Messa.
Eppure, Mazzolari non fuggì. Scelse il "pronto ossequio" a una Chiesa che lo feriva, vivendo un isolamento che lo faceva sentire un reietto, ma mai un ribelle.
"Sono «un lebbroso» e tutti se ne guardano. Purché non mi vengano a dire che mi vogliono bene, sopporto tutto. Sono stanco di ipocrisie e complimenti»."
5. lo sguardo fisso verso gli ultimi
L’ansia pastorale incessante di Don Primo non era un vago impegno sociale, ma una necessità mistica. Ogni sua azione per i poveri nasceva dalla certezza che negli ultimi risplendesse il volto di Dio. Questa "scelta preferenziale", che gli valse l'ostilità di molti, è stata pienamente riabilitata da Papa Francesco nella storica visita a Bozzolo del 20 giugno 2017.
Il segreto della sua vita tribolata ma felice risiedeva in un’unica, incrollabile radice:
“All’infuori di Cristo non ho trovato nessun altro che sia strada, verità e vita”.
In un 2026 segnato da nuovi venti di conflitto, la sua eredità ci pone una domanda che non ammette neutralità.

Siamo pronti a sacrificare le nostre sicurezze per un linguaggio autenticamente disarmante? Se la "r" di "armano" rappresenta il ferro delle nostre difese e la durezza dei nostri cuori, quale lettera della nostra vita siamo disposti a cancellare oggi per far posto all'amore?

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