Tre sguardi, tre voci, un’unica esperienza condivisa. Il convegno nazionale educatori e animatori di Azione Cattolica a Riccione ha raccolto storie, attese e vissuti diversi, intrecciandoli in giorni intensi di fraternità, formazione e confronto. Attraverso le parole di Enrico, Leonardo e Giovanni proviamo a restituire non tanto una sintesi, quanto il respiro vivo di ciò che abbiamo vissuto: un’esperienza che continua a interrogarci e ad accompagnare il nostro cammino nelle comunità.
Enrico
Ciao family. Sono Enry, ormai mi conoscete tutti! Ho fatto per la prima volta un'esperienza di convegno nazionale. Noi della diocesi eravamo in quattro, pochi ma bella gente. La cosa che mi è piaciuta di più è stata stare insieme durante le giornate a Riccione, o meglio in fraternità con altri amici, quindi tre giorni bellissimi ed emozionanti, senza sprecare nemmeno un minuto. Ho conosciuto tanta gente, primo fra tutti il nostro onorato presidente nazionale Giuseppe, poi ragazzi delle altre diocesi con cui sono nate amicizie (sorrisi, qualche abbraccio, chiacchierate). Il laboratorio che ho fatto mi ha aiutato a sperimentare e ascoltare come si può essere educatori fedeli al Vangelo e alla vita attraverso la creatività: abbiamo fatto delle attività per creare legami, guardarsi in vari modi, praticamente abbiamo girato per tutta la stanza e dovevamo guardarci e fare tanti gesti con occhi o mani.
P.s siamo una piccola grande famiglia!
Leonardo
In auto si respirava già un leggero entusiasmo, discutendo sulle ragioni per cui abbiamo partecipato: conoscere il punto di vista dell’associazione nazionale, formarsi e confrontarsi a partire dai commenti degli esperti, incontrare nuove e vecchie persone, tornare a casa con qualcosa da mettere in pratica.
L’accoglienza è stata particolarmente calorosa, a partire dalle presentazioni, dai saluti, dai banchi Ave, ma anche nelle proprie camere. Com’è tipico dei grandi eventi, è stato bello vedere così tante persone riunite da una stessa missione, l’educatore nella propria comunità: renderla viva se non vissuta, inclusiva, sociale, creativa e creatrice, educativa, ecclesiale. Avremmo visto presto, nei giorni a seguire, quanto delle nostre riflessioni in auto si sia rivelato puntuale con le diverse conferenze.
I vari interventi infatti sono stati per me veramente incisivi, non tanto per il contenuto in sé, che resta di grande validità per chi ha poca dimestichezza con le scienze dell’educazione e la psicologia, quanto più per i commenti e le provocazioni che hanno suscitato in seguito tra me e i compagni. In questo, le giornate sono state del tutto formative e arricchenti.
Un’altra nota di merito va data ai mini convegni, perché hanno permesso di sviluppare un tema specifico, scelto secondo le nostre sensibilità. La parte in cui questi sono riusciti a brillare di più a mio avviso è stata quella dell’incontro e del confronto con altri educatori; nel mio caso è stata molto naturale, avendo trovato miei coetanei appassionati del servizio quanto me.
La mia scelta ecclesiale era dovuta alla visione personale che ho dell’Azione Cattolica all’interno delle comunità di oggi, cioè come una proposta giovane, fresca e attiva di vivere la Chiesa, magari in contrasto con le posizioni più ferme di alcune probabili parrocchie o parroci. Ero curioso di sapere quale sarebbe stata l’interpretazione dell’AC nazionale: Pina di Simone ed Erio Castellucci sono stati soddisfacenti per quello che cercavo. Ho rilevato una lettura della AC e della partecipazione laica collaborativa, sinodale e perfino femminista per alcuni tratti. Era chiaro che chi stesse parlando fossero dei veri “pezzi grossi”, anche se non ho ritenuto il discorso così facilmente accessibile a chi non mastica storia della Chiesa e poco concentrato su un risvolto pratico.
Per concludere, l’esperienza è stata altamente formativa, grazie anche ai miei accompagnatori e amici. Sono stato bene, ho avuto per un po’ di tempo la testa dentro al frullatore, carico dai diversi spunti e ispirazioni che ho ricevuto durante questo intenso fine settimana.
A Riccione si è sentita una brezza buona che tocca cuori e menti, una corrente forse piccola ma potente, pronta a gonfiare le vele di un mondo che si muove velocemente, a volte senza una rotta.
Giovanni
Gli incontri nazionali condividono tutti lo stesso denominatore: sono coerenti. Certo, guardando la platea di delegati diocesani si potrebbe correre il rischio di pensare: “Peccato, eravamo pochi”, nonostante le 1700 anime, e di non vedere subito questa coerenza non solo tematica ma soprattutto stilistica, valoriale, formativa. Eppure non è (non più) questa la forza dell’Azione Cattolica. Quantomeno immagino non fosse fare numero l’obiettivo di questo convegno, ma vivere in fraternità un’esperienza di sinodalità. La scelta di porre la direzione “verso l’alto” - accento che evoca l’ormai nota e cara espressione di San Pier Giorgio Frassati - richiama a un appello accorato a incarnare e testimoniare una scelta educativa fedele al Vangelo e alla vita.
C’è un grosso problema tuttavia: non si vorrebbe mai smettere di restare in questi momenti. Eppure, il Vangelo della trasfigurazione che ci accompagna in questo anno associativo ci richiama fortunatamente al movimento opposto. Sottolineerei, come cornice per la lettura macroscopica di questo evento associativo, in tre punti il parallelismo tra i moti evangelici evidenziati in Matteo 17 e la strada percorsa nei tre freschi giorni di dicembre.
- La chiamata a salire su un alto monte. Quattro gli invitati diocesani a salire in disparte. Anche se le ragioni per vivere un’esperienza nazionale sono sempre personali, c’è anzitutto una chiamata, un mandato a raccogliersi per sostare. C’è Qualcuno che ci avvicina in questo desiderio di metterci in cammino per incontrarci. Non è però la presunzione di una concessione di privilegio a doverci guidare (seppur il numero limitato possa lasciar intendere questo), quanto l’indicazione di un criterio a partire dal quale può scaturire un autentico cammino di conversione che avviene solo attraverso un rapporto personale con Dio. Così come nel mistero della trasfigurazione sono indicate la preghiera e la spiritualità come via da seguire, anche in un incontro nazionale dal taglio conferenziale l’attenzione a queste due dimensioni non sono mancate.
- Un nuovo sguardo sulla realtà. I tre apostoli mettono a fuoco il loro sguardo sulla vera identità di Gesù, smettendo di vederlo come semplice maestro ma contemplando in lui il volto del Figlio. È facile, in un ambiente ricco di novità come quello di un convegno, distogliere lo sguardo un po’ per la paura e un po’ per la bellezza accecante. È un terreno scivoloso nel quale si rischia di perdere l’orientamento se si fa affidamento esclusivamente all’emotività. Eppure non la demonizziamo perché è attraverso questa porta che possiamo lasciare spazio anche alle delusioni, alle incomprensioni, alle sofferenze e agli imprevisti che si manifestano senza preavviso nelle nostre vite. L’esperienza laboratoriale che abbiamo vissuto ci ha dato questa opportunità: incontrare il fratello e la sorella nei loro attuali momenti nel cammino di vita alla ricerca di Qualcuno che testimoni come vivere a servizio dell’altro. Il nuovo sguardo sulla realtà non nasce quindi solo dall’incontro con la parola eccellente di chi ci ha sollecitato e accompagnato in tre giornate, ma anche nello spazio mediato che ciascuno di noi è stato disposto a lasciare alla Parola.
- Scendere. È il ritorno inizialmente doloroso ma consapevole alla vita ordinaria. Scendere dal monte significa aver preso coscienza della priorità del rapporto personale con Dio nella preghiera. Una volta chiarita questa priorità, si può rimettere a fuoco la vita di tutti i giorni in famiglia, nel lavoro, nell’impegno associativo, in parrocchia, nella relazione con gli altri.
Alla luce di questa cornice, sono stati tre giorni intensi e degni di essere vissuti in fraternità. Un’occasione formativa intergenerazionale che, come si legge dalle pagine nazionali, collocandosi nel solco dell’anno giubilare e del cammino sinodale vuole offrire un momento di fraternità, confronto e rigenerazione comunitaria per agire insieme nella cura attenta della casa comune. A mio avviso, l’unica nota “stonata” di questi incontri nazionali è che ci vuole davvero molto tempo per digerire il luculliano pasto. Spesso capita che le portate migliori arrivino alla fine e ci sia poco tempo per gustarle e, forse, anche per osare prima e di più. Sono davvero molti i temi che gli aderenti chiedono di portare come priorità ed è comprensibile quanto sia complesso dare spazio a tutti, soprattutto quando il tempo è limitato.
Proprio per questo, può diventare una sfida bella per il cammino futuro continuare a cercare forme sempre più vive di partecipazione, in cui anche il confronto diretto e il contributo di ciascuno trovino spazio e voce. Magari lasciando emergere, accanto alla ricchezza degli interventi, anche qualche eco diversa, capace di stimolare ulteriormente il discernimento comune. È forse da qui che si può continuare a crescere, perché ciò che abbiamo vissuto non resti solo un’esperienza intensa, ma diventi sempre più generativa per la vita delle nostre comunità.

