Lo sappiamo tutti e non lo dimenticheremo mai: il 2020 è stato l’anno in cui tutto è stato stravolto, sconvolto, girato e rivoltato di continuo. Abbiamo tutti ancora davanti agli occhi il “film” iniziato alla fine dello scorso gennaio e che non è ancora terminato, ci sono rimasti impressi i fotogrammi più salienti e significativi. Siamo rimasti incollati allo schermo del televisore per aspettare le conferenze di Conte nella speranza di buone nuove, abbiamo seguito la Messa dal divano e guardato papa Francesco attraversare Piazza San Pietro sotto una pioggia silenziosa e pesante, forse la stessa pesantezza che sentivamo dentro tutti noi perché, come cantava Battisti, “quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non fa rumore”.

Ma è proprio giusto dire “siamo” e “abbiamo”? Siamo capaci di condividere con gli altri solo i momenti duri di cui non siamo diretti responsabili, tenendo per noi stessi le piccole gioie quasi fossero una conquista solitaria? Spesso sì, è proprio così. Eppure questi mesi hanno rispolverato un grandissimo insegnamento: insieme è meglio, insieme è più facile. Le note gioiose, seppur piccole, sono amplificate e continuano a riverberare tra le pareti del cuore di coloro i quali, vicino a noi, sono capaci di percepire e costruire una sinfonia là dove noi saremmo limitati a sentire solo una nota, un fonema di per sé privo di significato ma che è capace di modificare il senso dell’interezza in cui si trova.

Quante volte invochiamo l’aiuto solo nelle difficoltà, nell’imminenza di un ostacolo che avevamo percepito così piccolo da lontano e che in realtà si è fatto via via più grande, perché avevamo smarrito, abbandonato o ci erano scivolati sbadatamente lungo la strada tutti gli strumenti, le regole, i sostegni e le motivazioni indispensabili per non essere inferiori a quell’ostacolo che ci si è posto davanti e che ci ha fatto più volte credere che sarebbe stato meglio lasciare tutto e tornare indietro.

Papa Francesco ce lo ha detto a fine marzo: «Siamo tutti sulla stessa barca», riportandoci a quella scena del Vangelo in cui gli apostoli sono stati sorpresi da una tempesta mentre si trovavano su una barca insieme a Gesù. Quel mare, così indomabile e spaventoso, si è abbattuto con impietosa indifferenza, non si è fatto scrupoli, non ha arbitrariamente scelto di passare oltre solo perché su quella barca c’erano Gesù e i suoi apostoli, non vi è stata alcuna carezza sfiorata sul legno dell’umana fragilità. Si è portato via quasi tutte le certezze di quegli uomini, lasciandoli di fronte alla più nuda e antica delle verità: nessuno si salva da solo.

In tutto questo marasma, Gesù dorme e si sveglia solo alla domanda impertinente dei suoi: «Non t’importa che siamo perduti?». A parlare sono l’angoscia e la sfiducia di uomini comuni, come noi, che si sentono abbandonati a sé stessi, sommersi dalle onde che con inesorabile costanza si riversano là dove le falle della nostra fede e della nostra vita sono meno evidenti e, per questo, più esposte a minacce.

Ma cosa ci dice questo passo evangelico oggi? Chi è adesso quel Gesù che si sveglia nel cuore della notte e rimette ordine ai nostri timori? Sono i nostri desideri più profondi, le pulsioni più naturali e viscerali, il trovare un senso al nostro essere vivi oggi a farci svegliare dal torpore e a reagire per rispondere al desiderio stesso della vita, che vuole essere vissuta, che non vuole essere lasciata in un angolo della barca, che ci chiede continuamente di essere svegliata nel cuore della notte.

Alla ricerca di questo significato più profondo si sono incamminate e dedicate moltissime persone, che hanno trovato nell’incontro e nell’aiutare l’altro una motivazione nuova della propria vita, del proprio lavoro, del proprio tempo libero, facendosi “buoni samaritani” dei dimenticati. L’Azione Cattolica diocesana si è voluta mettere in discussione, si è confrontata a lungo in questi mesi ed è arrivata a scegliere di guardare alle bellezze e alle “buone notizie” che non hanno fatto notizia. Durante il Mese della Pace, facendo seguito al messaggio di papa Francesco per la 54esima Giornata Mondiale della Pace nella quale ci offriva la possibilità di riflettere sulla cultura della cura come percorso di pace, ciascun aderente, dal ragazzo all’adulto, si è messo alla ricerca di una notizia bella e piena di speranza. Passando poi attraverso il confronto comune e alla motivazione della scelta della propria notizia, i ragazzi e gli adulti assieme agli educatori dei gruppi hanno indicato quella che più rappresentava per tutti la notizia da far sapere agli altri e ne hanno scritto un articolo unitario, arricchito da foto e disegni.

Anche con l’aiuto e la fantasia tecnologica della Presidenza diocesana, è stato redatto un unico giornalino associativo intitolato “La Pace fa notizia”, in cui sono stati uniti tutti gli articoli parrocchiali. Domenica 31 gennaio, in concomitanza al Convegno adulti sulla pace, in oltre dieci paesi della diocesi in cui l’Azione Cattolica vive, i gruppi di bambini e ragazzi dell’ACR con gli adulti e gli educatori sono andati a distribuire per le vie e per le case il frutto del proprio lavoro.
Si è voluto fare questa proposta perché chiunque è avvicinato e toccato da una buona notizia non sia solo ascoltatore e osservatore attento del mondo che lo circonda, ma anche pensatore critico, latore, generatore e continuatore di quella pace che fa notizia, di quella bellezza nascosta in aiuto silenzioso e che ha un peso positivo nel cuore di ciascuno. L’impegno e la dedizione che ragazzi, giovani e adulti hanno messo in campo è motivo stesso di bellezza, di un popolo che vuole dire di esserci con le proprie note musicali che, sotto la guida della mano del Maestro d’orchestra, possono creare insieme una sinfonia di bellezza, un continuo riverbero di pace.

Dopo aver approfondito il tema nei gruppi parrocchiali, per gli adulti di Azione Cattolica domenica 31/01/2021 alle ore 16:45 si è svolto, quest’anno on-line per le restrizioni anti-assembramento, il "tradizionale" convegno diocesano sul tema della pace, a cui hanno partecipato una cinquantina di persone.

Dopo un iniziale momento di preghiera introdotto da don Fabio Magro, assistente unitario dell’AC diocesana, i due vice presidenti adulti, Fabiano D’Andrea ed Anna De Bortoli, si sono alternati per condurre l’incontro.

Nella prima parte sono state presentate, attraverso dei video registrati, tre associazioni che operano nel nostro territorio diocesano e che col loro lavoro quotidiano portano avanti progetti di pace in tre ambiti distinti:
• supporto educativo nelle scuole e dopo scuola (fondazione Ragazzi in gioco)
• accoglienza di richiedenti protezione internazionale (coop. sociale Il Piccolo Principe)
• servizio di sostegno a persone in difficoltà (Progetto Reintrecci - Consorzio Leonardo)

Ad ognuna di loro sono state poste quattro domande, che dovevano rappresentare i quattro punti cardinali del loro agire e che sintetizzavano il messaggio di Papa Francesco per la 54° giornata mondiale della pace. Ogni associazione, pertanto, ha spiegato come mette in pratica ogni giorno ciò che Papa Francesco auspica che tutti noi facciamo per portare la pace ovunque, partendo dalla dignità dell’essere umano, dalla cura del bene comune, dalla solidarietà come modo di fare la storia, per arrivare alla cura del creato.

Nella seconda parte è stata data la parola a don Luis Okulik, assistente adulti della diocesi di Trieste e segretario della commissione per la Pastorale Sociale del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa. L’intervento di don Luis ha colpito tutti per la capacità di sintesi e di collegamento tra argomenti diversi. Partendo infatti dalle risposte e dalle esperienze delle tre associazioni, ha sottolineato alcuni passaggi del messaggio per la giornata mondiale della pace di Papa Francesco e della sua ultima enciclica Fratelli tutti.

Per diffondere la pace, dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto dei più fragili, senza fare distinzioni e senza fissare lo sguardo sui contrasti o sulla polarizzazione (bianco-nero, bello-brutto, cattivo-buono, autoctono-straniero, sano-malato, …), perché la fraternità è vangelo vissuto; alla fine riconosceranno che siamo cristiani proprio da come e quanto vogliamo bene agli altri.

È importante quindi favorire la crescita di cantieri di umanità e luoghi di comunione, seminando ovunque speranza e coraggio e umanizzando le nostre relazioni. Siamo tentati spesso a stare con chi ci è più utile, a dare spazio maggiormente a chi ci può dare di più, ma finiremo così per considerare l’amore come una merce. Dobbiamo in realtà imparare da Dio, quando scopre ciò che Caino ha fatto a suo fratello Abele: non abbandona né relega l’assassino, ma lo cerca continuamente e provoca con ogni mezzo un dialogo con lui; tira fuori la rabbia che Caino aveva dentro di sé, ma nello stesso tempo lo mette di fronte alla sua responsabilità, che era quella di prendersi cura del fratello.

L’augurio infine che ci ha dato don Luis è quello di vigilare sul nostro cuore e sui nostri sentimenti, coltivare una spiritualità di cura e sviluppare la capacità di guardarci intorno con realtà e giusta distanza. Perché la vera somiglianza con Dio si raggiunge creando fraternità.

 

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