Domenica 13 marzo si è svolto il quarto dei cinque incontri diocesani dell’anno orientamento, che vedono protagonisti una trentina giovanissimi provenienti da diverse parrocchie, insieme ai loro educatori. Il tutto questa volta si è svolto a Portogruaro presso “La Grande Quercia”, una ONLUS nata nel 2006 dopo un’esperienza come famiglia affidataria.

L’associazione gestisce una comunità familiare che accoglie minori in affidamento la cui famiglia di origine è temporaneamente in difficoltà.
Di seguito riportiamo i racconti e le impressioni di due giovanissime presenti all’incontro.
Spesso non pensiamo al significato vero di “famiglia”, e diamo per scontate alcune attenzioni che i genitori dovrebbero dare ai figli. Dopo aver ascoltato la testimonianza di Alessandro mi sono resa conto che nelle nostre realtà (perché non serve andare molto lontano per trovare queste drammatiche situazioni) ci sono bambini e ragazzi che non vedono soddisfatti i loro bisogni primari, che non ricevono affetto e amore dai loro genitori, che non hanno regole, che vengono maltrattati e/o abusati, che assistono a violenze continue e che vengono privati della loro identità e spensieratezza, proprio all’interno del nucleo familiare, che io ho sempre ritenuto un luogo sicuro.
Vedere gli occhi dei bambini affidati ricchi di speranza e ingenuità, nonostante il loro vissuto mi ha fatto riflettere, e poter giocare con loro è stato un momento speciale, e anche molto divertente.
Ammirabile è stata la tenacia e il coraggio con i quali “La Grande Quercia” ha affronto a testa alta le difficoltà e le cadute nel corso degli anni. Ha un progetto, denominato “Dai colore ai tuoi sogni”, che consiste nel costruire uno spazio familiare che accolga e ospiti madri e figli e che eroghi servizi mirati all’educazione e al supporto familiare. Per far sì che questo progetto si realizzi l’associazione chiede piccoli aiuti economici a chi ha piacere di sostenerlo. Noi gruppi orientamento abbiamo scelto di dare il nostro contributo, sapendo che potremmo costruire nuove opportunità.
Il tema, il verbo della giornata era ABBRACCIARE; infatti, come “La Grande Quercia” abbraccia e accoglie numerosi minori anche noi giovani di Azione Cattolica abbiamo imparato ad abbracciare non solo l’iniziativa dell’associazione, ma anche i nostri amici e i nostri educatori. Spesso è difficile dimostrare il bene che si vuole ad una persona, esporsi è complicato, ma la sensazione che lascia un abbraccio è indescrivibile. Tempo fa ho letto che gli abbracci allungano la vita e io un po’ ci credo. Si sentono gli abbracci veri, quelli che ti riempiono i cuore, che ti fanno commuovere, e che ti smuovono qualcosa dentro rispetto a quelli dati con molta freddezza e distacco. Bisognerebbe abbracciarsi di più e parlare di meno per evitare che il cuore si indurisca e per far sì che le relazioni diventino più profonde e speciali. Altri gesti importanti, perché la vita di ognuno di noi diventi piena, sono aiutare gli altri, visitare e parlare con coloro che hanno più bisogno e amare ogni persona solo perché è un essere umano, indipendentemente dal suo vissuto, come ci ha insegnato Madre Teresa di Calcutta e, ancor prima di lei, Gesù.

Vista da fuori, sembra una casa come tante altre: un piccolo portico, un bel giardino con scivolo e altalena, qualche gatto che gironzola miagolando pigramente. Vista da fuori, sembra una casa come tante altre, ma le persone che ci abitano sono molto particolari. La comunità familiare "La Grande Quercia" di Portogruaro da anni accoglie i minori della zona, allontanati per vari motivi dalla propria famiglia. È una realtà che, per quanto svolga un ruolo sociale fondamentale, rimane ancora tutto sommato sconosciuta: per questo, domenica 13 marzo andiamo di persona a vedere come funzionano le cose. Al cancello siamo accolti da Alessandro, che, insieme ai genitori e alla sorella, si prende cura dei bambini de "La Grande Quercia". Ci accompagna nella piccola sala giochi, dove ci racconta quella che è stata (e continua a essere) la sua esperienza, con estrema semplicità e schiettezza; ci racconta di quanti siano quei “bambini invisibili”, abusati e maltrattati dai loro stessi genitori; ci racconta quali siano le concrete difficoltà che si trovano ad affrontare tutti i giorni, come l'imporre delle regole a bambini non abituati ad averne, o il trattare con la parte più delicata e intima della persona, ovvero le emozioni; ci racconta come sia tuttavia inevitabile affezionarsi a questi “bambini dallo sguardo vuoto”. Leggo negli occhi dei miei compagni quello stesso turbamento che mi tocca nel profondo al sentire solo alcune delle storie dei bambini accolti qui negli anni: proprio allora mi rendo conto di quanto sia stata fortunata nell'aver avuto una famiglia che mi ama e mi sostiene ogni giorno; troppo spesso dimentichiamo chi non ha avuto la stessa fortuna. Guardo Alessandro e la stima verso lui e verso la sua famiglia cresce a dismisura: si occupano di questi bambini con naturalezza, amore e pazienza 24 ore al giorno, 365 giorni all'anno, senza aspettarsi un “grazie” o qualche riconoscimento per ciò che fanno, nonostante gli ostacoli che la vita pone loro davanti. E di ostacoli ne hanno incontrati molti, ma non si sono mai scoraggiati o lamentati. “Ho ricevuto da Dio molto amore” dice Alessandro “in forme diverse e spesso dopo esperienze negative, ma comunque molto amore”. Usciamo in giardino e conosciamo i bambini; vederli sorridere mentre facciamo merenda o giochiamo con loro ricolma il cuore di una tenera gioia così particolare e intensa da non poter essere spiegata a parole. In quel momento senti di essere chiamato, tu in prima persona, a fare qualcosa per gli altri, a metterti al loro servizio, per amare ogni uomo solo perché è un uomo, come scrisse Madre Teresa in una delle sue preghiere. Abbraccio e saluto i miei compagni, che piano piano stanno tornando a casa, con la sincera speranza di rivederli presto. Mi si avvicina uno dei bambini, dice che non è ancora stanco e che tocca a me prenderlo: lo rincorro per tutto il giardino, mentre lui mi incita a correre di più perché “ormai sei vecchia”. Arriva però anche per me l'ora di andare; esco dal cancello e mi giro verso la casa e lui, ancora con il fiatone, mi dice sorridente: “Ci vediamo!”. Non dimenticherò mai quel bellissimo sorriso.

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